Intrecci , Incroci e nodi

Nodo Vinciano

Nodo

Che cos’è un nodo? Una legatura di filo, un nastro, una fune per stringere o fermare.

Così lo definisce Boccaccio (1353); secondo Petrarca è invece qualcosa di più complesso: un legame, un vincolo (1374); già Dante aveva parlato di nodo come «intoppo, difficoltà» (1321); ma con Macchiavelli (1527) si torna invece al nodo come oggetto e ornamento (intreccio, trama); tuttavia è evidente che dall’oggetto in senso proprio il significato è trasmigrato in un ambito metaforico.

Al di là del problema della loro genesi, è facile osservare come i motivi basati sull’intreccio di linee o nastri siano antichissimi. Non c’è dubbio che in questo genere di decorazioni sia all’opera il piacere di combinare assieme forme semplici e arrivare a un disegno magari anche assai complicato; a proposito, bisogna notare che quest’ultimo termine deriva dal latino complicare (piegare assieme), mentre «complesso» viene dal latino complexus (intrecciato assieme). Spesso il piacere di «piegare assieme» le linee si trasforma in una sorta di sfida, in cui l’artigiano decoratore fa di tutto per dimostrare il proprio virtuosismo, la propria bravura nel creare un ordito difficile e inestricabile, mai casuale e confuso.

Un esempio straordinario in questo senso sono le incisioni tratte da disegni di Leonardo da Vinci o di Dürer; gli artisti si spingono verso livelli estremi di difficoltà nel disegno, senza perdere mai di vista, però, l’armonia complessiva dell’insieme e l’equilibrio delle forme, mantenendosi perciò fedeli ai principi fondamentali del linguaggio artistico rinascimentale.

In ogni caso, anche quando così elaborata, la decorazione a intreccio non è mai qualcosa di freddo e statico: «Lo spazio dell’intreccio non è affatto immobile e piatto, anzi si muove, poiché le metamorfosi vi si compiono sotto i nostri occhi, non per stadi separati, ma nella continuità completa delle curve, delle spire, dei fusti allacciati».

«L’urgenza che spinge il decoratore a continuare a riempire qualsiasi vuoto che risulta viene generalmente denominata horror vacui, che, si suppone, è caratteristico di molti stili non classici. Ma il termine amor infiniti, amore dell’infinito, costituirebbe forse una denominazione più calzante.

Inquadrare, riempire, connettere. Ciascuno di questi procedimenti di «complicazione per gradi» può puntare verso l’infinito.